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May 06 CAPITOLO 23.... EWAI!!
April 27 Comunicazione urgente ^_^ titi¢ιασ α тυттι!! ѕ¢яινσ qѕт ιηтєяνєηтσ χ ѕ¢υѕαямι ¢η ℓє яαgαzzє кє ℓєggσησ ιℓ мισ вℓσg... ѕ¢ѕт ѕє ѕη ℓєηтα ηєℓ ƒαяє gℓι ιηтєяνєηтι мα, υℓтιмαмєηтє, ¢є ℓα ѕтσ мєттєη∂σ тυттα ρєя ανєяє ∂єι νσтι ∂є¢єηтι α ѕ¢υσℓα є ѕυρєяαяє ℓ'αηησ.... qη∂... ѕ¢ѕт!!! ν ρяσмєттσ к ιη єѕтαтє αggισяηєяò ѕρєѕѕσ, мσℓтσ ѕρєѕѕσ!! νι кιє∂σ ѕ¢ѕ αηкє χ ανєя ƒαттσ qѕт ѕтυρι∂σ ιηтєяνєηтσ ιηνє¢є ∂ ρυввℓι¢αяє υη ¢αρ!!! ѕкєяzσ...!! αηкє ѕє ѕ¢σммєттσ к qℓ¢η ℓ'нα ρєηѕαтσ.... ¢мq...... ν ρια¢є ℓα ηυσνα gяαƒι¢α؟؟؟ ¢ ѕтσ ℓανσяαη∂σ αη¢σяα, χò ℓα тяσνσ ¢αяιηα..... + єѕтινα!!! є νσι к ηє ∂ιтє؟؟؟؟ ƒαтємι ѕαρєяє!!
¢мq ¢σℓgσ ℓ'σ¢¢αѕισηє χ ∂αяє ι яιѕυℓтαтι ∂єℓ ѕση∂αggισ
"кι νσяяєѕтє ¢σмє мιנισяє αмι¢σ/α"
αℓ тєяzσ ρσѕтσ ¢ι ѕη, α ραяι мєяιтσ
тσмму є яуαη ¢ση ιℓ 9% ∂єι νσтι
αℓ ѕє¢ση∂σ ¢ι ѕσησ αℓтяι ∂υє ρєяѕσηαggι (e k se no??)
мαяιє є נαкє ¢ση ιℓ 12% (є к ѕє ℓσ αѕρєттανα!)
є αℓ ρяιмσ ρσѕтσ....
ναввè ηιєηтє ѕυѕραη¢є к gιà ѕι ѕα...
єму ¢ση ιℓ 19% ∂єι νσтι!! (υασ!!)
є σяα νι ιηƒσямσ к è єηтяαтσ ιη νιgσяє (мα ¢м ¢αzzσ ѕтσ ραяℓαη∂σ؟؟) ιℓ ηυσνσ ѕση∂αggισ.... є qѕт νσℓтα єму ηη ¢'è є qυι ∂ινєηтα + ∂郃ι¢σℓтσѕσ....
"ιℓ яαgα кє ρяєƒєяιѕ¢ι qυαℓ'è؟"!!!
νσтαтє ιη ηυмєяσѕє к ѕη ρяρ ¢υяισѕα!!! σяα να∂σ ѕ¢ѕт αη¢σяα ¢ιασ ννтттттттттттттттттттттттт..............в ∂αωєяσ!! ѕιєтє gяαη∂ι!!!
X...Robby...X April 06 CAPITOLO 22
“Ok, aspetta qui.”. Lo lascio seduto sul divano e vado a prendere due birre di papà. Prima che torni devo andare a comprare altre due bottiglie di Peroni per sostituire queste che finiremo. Le porto in salone e subito ne beviamo un sorso. Al dire il vero, ne bevo solo una goccia. Non mi va molto la birra oggi. Si guarda intorno. “Sai, mi piace proprio la tua casa, è tutta così moderna, invece la mia…”. Mi guarda e gesticola come fa sempre, con il mignolo sempre teso verso l’alto. “… È tutta antica! Solo le camere mie e di Simò sò moderne. Le abbiamo arredate noi!”. Si guarda ancora un po’ intorno e beve un altro sorso di birra. È praticamente finita. “Sono andata con mia mamy a fare compre. Vieni a vedere!”. Corro su per le scale e lui mi segue, fino alla mia camera. Prendo lo scatolone degli stivali e li mostro. “Belli, eh?”. “Ma non ti bastavano già le scarpe che avevi?”. “Cosa? Bello mio, guarda che questi sono stivali e tu, fin’ora, mi hai visto solo con scarpe da ginnastica!”. “Ma oggi avevi gli stivali…”. “Ma sono vecchi!”. “Va be’, ho capito, la classica maniaca dello shopping stile “Aiuto, aiuto, se non butto cinquecento euro al giorno muoio”!”. “Ma che dici? Avevo solo bisogno di scarpe e l’ho comprate…”. “Cosa? Bella mia…”. Mi fa il verso. “Guarda che questi sono stivali..!”. Gli do uno schiaffo sul braccio per zittirlo e lui fa finta di farsi male e di avere paura di me. Sorridiamo e, d’un tratto, mi ricordo della birra in salotto e scendo per prenderla. Non mi va. La farò bere a lui.
Coloratissima. Le mura sono azzurro cielo e ci sono tantissimi poster di attori e cantanti. Spicca Tiziano Ferro con ben quattro poster grandi, uno per ogni faccia della stanza, e una marea di posterini sparsi ovunque. La sua stanza. Tantissime foto. Lei e Jake al mare, in montagna, in campagna… Sempre insieme. Altri amici. Gemma, Teresa, io, Arturo, Giovanni, Valerio… Io? Che ci faccio tra queste facce? Be’, molte ragazze hanno una mia foto… Ma questa? L’ho fatto quando sono andato in spiaggia con quella “Troia-rossa” di Jessica. Sì, mi ricordo. Faceva più fresco di sera e mi misi una felpa nera per scaldarmi. Era la prima volta che “Troia-rossa” mi vedeva senza giacca di pelle. Per lei era un momento importante, da immortalare… Basta, non voglio pensarci. Ha saputo fingere bene la parte della ragazzina innamorata ed io le ho dato l’Oscar, quello che si meritava. Ok Tommy? È andata bene così e non puoi fare più nulla. Non pensarci. È finita, FINITA! Comunque continuo a guardare, spostando gli occhi da sopra quella foto. Mi guardo intorno e mi chiedo come ho fatto a capire che le mura sono azzurre. Si può dire che le mura hanno la faccia di Tiziano Ferro, Riccardo Scamarcio, Silvio Muccino…. Ma azzurre, proprio no. Mi siedo sul letto. Chissà, i miei pensieri… No, la torta e la cucina non c’erano, chissà il resto… La vedo rientrare. Ha la birra in mano e la vedo bella, bellissima, stupenda. Una fata con la birra della Peroni. Una fata alcolica, anche perché, da quando la conosco, mi sento ubriaco. È ancora presto dire ubriaco d’amore, ma sono in stato di leggera euforia. Si mette accanto a me, sul letto. “Ti piace la mia camera?”. Faccio sì con la testa e lei mi passa la birra. La bevo lentamente, mentre lei mi racconta i viaggi che ha fatto ed, ad ogni posto visitato, associa un gruppo di foto. Sorridiamo e scherziamo, divertiti. Siamo sdraiati sul letto e ci passiamo la birra. Sento le fresche bollicine che mi scivolano sul collo. Mi sono bagnato. Emy ride e la birra le va di traverso. Comincia a tossire e a me viene da ridere, però aspetto che si calmi. “Dovevi vedere che faccia avevi!”. Si arrabbia e mi schiaffeggia, ancora un po’ arrossita per via della forte tosse. Dopo un po’ sono sopra di lei e la bacio, poi mi fa cadere sul lato e mi asciuga con il lenzuolo. Mi viene un’idea. Mi devo vendicare, non l’ho ancora fatto dall’estate. “Vado un po’ in bagno. Dov’è?”. “Vicino alla cucina, giù.”. L’ho chiesto per finta, non voglio andare in bagno. Esco in giardino e srotolo la pompa dell’acqua, poi la chiamo. “Emy!”. Si affaccia alla finestra e le dico di scendere. Lo fa, purtroppo per lei. Come esce dalla porta la bagno puntandole contro la pompa. Lei urla e si dimena, presa alla sprovvista, poi comincia a ridere come una pazza. Chiudo il getto e lei si guarda, strizzando la maglietta. Poi alza lo sguardo e mi guarda. “Che vuoi, mi sono vendicato!”. “Perché, che ho fatto?”. “Mi hai dato uno schiaffo qui.”. Indico con l’indice la guancia destra. “Quando?”. “Quando ci siamo conosciuti!”. “Ancora? Ma è storia passata!”. “Ma io sono vendicativo!”. Riprendo la pompa e la ribagno. “No, dai basta!”. Stacco e riattacco, poi la smetto e butto la pompa a terra. Vado verso di lei e le passo avanti per entrare in casa. “Tommy..!”. Ti prego, dimmi che non lo vuole fare. Mi giro e un’onda d’acqua veloce mi bagna tutto in pochi secondi, ma lei non chiude la pompa. Vuole vendicarsi della mia vendetta. Scappo in casa. “No, Tommy, in casa no. Sei tutto bagnato!”. Prima dice così, poi mi rincorre. Entro in cucina e trovo, nel frigo, un tubo di panna già montata, pronta per dolci. Perfetta. Entra e la riempio di panna. Sui capelli, sul corpo, in bocca… “Basta, smettila!”. La lascio andare e mi spruzzo un po’ di panna sulla lingua. “Sei proprio uno stronzo!”. Sorride e si avvicina a me. Mi bacia e ci abbracciamo, sporcandoci insieme di quel bianco dolce. Rimaniamo seduti a terra, come due soldati sfiniti dopo una battaglia sanguinosa. Più che sanguinosa la nostra era “pannosa”. Poi lei ha un’idea. Mi dà un costume di Jake e lei indossa uno suo. Riempie la sua enorme vasca da bagno con acqua e schiuma e ci immergiamo dentro. Scotta, è caldissima ma riesco a sopportare. Anche lei, quanto pare. Mi accomodo e lei si mette sopra di me, seduta sulle gambe e sdraiata sul petto, con la testa sul mio cuore. Le accarezzo la pancia. È liscia, morbida, perfetta. L’accarezzo più in basso, sulle sue gambe. Lunghe, da felina. Dalle ginocchia salgo su, sulle cosce, fino ad accarezzarne l’interno. Dopo un po’ si gira e, sdraiata su di me, ci baciamo. Le accarezzo la schiena, accompagno le sue linee curve e morbide e quanto vorrei perdermi in qualcosa di più. Ma, non so perché, non ci provo. Solo baci e carezze in un’atmosfera calda. Perché, cosa mi è preso? Semplice: non era il momento. Esco da casa sua con i capelli ancora un po’ bagnati. Ci baciamo per salutarci ed io mi allontano. Fino a quando arrivo all’angolo, rimane sull’uscio per guardarmi ed io le mando un bacio; lei finge di prenderlo ed un ultimo sorriso, poi io sparisco dietro un angolo e lei dietro una porta blindata. Torno a casa e sono felice. Non ho mai passato una giornata così semplice e bella con una ragazza. Ho paura. Ho paura di scoprire ciò che non ho mai voluto sapere. Che, con una ragazza, si può stare bene anche senza farci del sesso. Ma no, che sciocchezze. Questa regola vale per Emy ed Emy non è come le altre ragazze. È la mia ragazza. Ed è una fata. Sono all’uscio della porta di casa e una domanda mi fa uno show ballando per la testa. Verrà quel momento?
Metto le birre appena comprate in frigo. Oh, no! Il bagno e la cucina sono un disastro. Comincio a pulire la panna dal pavimento della cucina. Faccio del mio meglio. Pulisco anche la vasca da tutta la schiuma che si è creata e lavo a terra. Mamma odia le gocce d’acqua nel bagno. Odio fare le pulizie, ma, di sporcare tutto, ne è valsa la pena. Dio quanto è bello! Per fortuna il costume di Jake gli andava benissimo... Era bellissimo!! È stata una sensazione strana... i corpi lisce e bagnati che si sfioravano, si strusciavano gli uni contro gli altri... Non ho mai passato un pomeriggio così, devo ammetterlo. È stato favoloso. Devo ammettere, però, che per un attimo mi è passata per la testa l’idea che volesse provarci. Mi è salito su un brivido strano, forse leggera paura. Paura di non sapere cosa fare, di non saper dire no. Non perché mi vada, sia chiaro, ma perché penso che potrebbe rimanerci male ad un mio rifiuto. Ora però mi sto facendo troppi film in testa. Magari non gli è passato neanche per l’anticamera del cervello l’idea di fare l’amore con me. Oddio che parolone! Forse proprio ora mi sto facendo troppi film in testa... Metto al suo posto anche la pompa dell’acqua. Mamma non deve accorgersi di nulla. Non ci posso pensare, mi ha fatto rimanere senza parole. La scusa del bagno per poi andare in giardino. Compiere la sua vendetta… Non pensavo si ricordasse dello schiaffo. Lui non è come me, lui non può ricordarsi tutti i particolari di quella sera. Eppure, si è ricordato dello schiaffo. Vabbè, forse è davvero molto vendicativo. Salgo le scale per andare in camera mia quando suona il campanello. Vedo che è mia madre ed apro. Speriamo che non si accorga di nulla, speriamo che non si accorga di nulla…
Roberta sistema la frutta appena comprata nell’enorme frigorifero di casa sua. Sente qualcosa. Ha una strana sensazione, come se fosse venuto qualcuno in casa sua senza che lei lo sapesse. “Emy, è venuto qualcuno?”. “No, mamy!”. Urla Emy dalla sua camera. Roberta continua a fidarsi del suo istinto. “Neanche Jake?”. “No, è agli allenamenti!”. Mette a posto le cose comprate e nota che il pavimento è lavato. Pensa che sarà stata sua figlia e non dà peso alla cosa. In effetti, è stata la figlia, ma dovrebbe dar peso al motivo per cui la figlia l’ha fatto. Si siede a tavola e si guarda intorno. Mah, decide di fidarsi di Emy, tanto, tra loro, non ci sono mai stati dei segreti. Le viene sete e prende un bicchiere di vetro azzurro. Apre il frigo e pensa a cosa potrebbe dissetarla o, semplicemente, deliziarla in quel momento. Prende la bottiglia d’aranciata e si sporca le mani di panna montata. Prende il tubo e scopre che è tutto sporco e quasi vuoto. Lei non l’ha ancora usata quella panna per dolci e, anche se l’avesse fatto, non avrebbe ridotto il tubo in quello stato. Chiama la figlia.
“Emy!”. Mi sento chiamare e il tono non mi piace. Eppure ho messo tutto in ordine… Scendo lentamente le scale, giusto per inventarmi qualcosa. Entro in cucina. Mia madre è di fronte a me con il tubo di panna sporco in mano. Cazzo, l’avevo dimenticato. “E questo cos’è?”. “Un tubo di panna montata pronto all’uso!”. Punto sull’ironia. Niente. “Ma no, non mi dire che vorresti anche il premio Nobel per averlo dedotto?!”. “Non mi dispiacerebbe!”. Sorrido ma lei è ancora seria. “Emy non sto scherzando!”. Mi zittisco di colpo e non rido più. “Guarda che è l’ultima volta che te lo chiedo: è venuto qualcuno qui?”. “Qui?”. Cerco di scherzare ancora un po’ prima d’inventarmi qualcosa. “Sì Emy, qui, proprio qui!”. È spazientita, basta con l’ironia. Un bel respiro profondo e giù il “No.”. “No? E questo?”. Indica sempre il tubo di panna che contiene più panna fuori che dentro. “Avevo fame.”. Mi guarda stupita. “Fame?”. “Sì e ho mangiato pane e panna.”. “Pane e panna?! Ma, amore, ci sono i biscotti…”. Ci è cascata e mi fa vedere una marea di dolci nel mobile. Una scusa più banale e cretina di questa non potevo inventarmela. L’importante è che ci ha creduto! “È vero, i biscotti…”. “Va a lavarti le mani e vieni ad aiutarmi a preparare la tavola.”. Vado in bagno e mi lavo le mani. Che culo, me la sono scampata! Ma qualcosa mi dice che non ci ha creduto molto… va be’, che importa. Se succede qualcosa, io sono sempre innocente!
Guardare l’orologio, sfogliare il calendario, rendersene conto. I secondi, i minuti, le ore, i giorni, le settimane, i mesi, gli anni... È tutto tempo senza tempo. Al momento ti sembra tutto lento, senza fine. Il giorno dopo ti sembra che tutto sia passato troppo in fretta. La voglia di tornare al giorno prima è forte. Costruisci una tua macchina del tempo che tieni solo nella tua testa. Ma, purtroppo, non sei abbastanza bravo come inventore e la macchina va male, funziona ad intermittenza e fa vedere solo i momenti belli. Provi a romperla, ma da solo non ci riuscirai mai. Hai bisogno d’aiuto. Qualcuno si offre per darti una mano. La macchina è rotta, ma è rimasta sempre dentro di te. Ma non preoccuparti, lei è innocua. Ora, preoccupati solo di chi ti ha aiutato.
X...Robby....X March 07 21° CAPITOLO
Camicetta bianca e jeans chiari e stretti; un po’ alla maschietta. Apro dei bottoni della camicia per creare un bello scollo. Una cravatta. Ho bisogno di una cravatta. Vado in camera da letto dei miei e ne prendo una decina. Sono troppo serie. Vedo alcune nere a righini azzurri. Non mi piacciono i righini. Almeno, non in questo modo. Mi siedo sul letto e guardo l’armadio nel lato di papà, poi mi viene un’idea. Il Natale scorso eravamo tutti avanti all’albero decorato di blu e argento. Tutti scartavamo i nostri regali a secondo del numero che veniva estratto con la tombola. “Cinquanta quattro!”. Urla zio Tom. È il numero di papo. Tutto felice e contento apre il pacco. Cade un biglietto. “Per il papy migliore del mondo e… per colorare la città!”. Papà mi lancia uno sguardo sorridente, come le sue labbra. Scarta tutto il regalo e si trova una cravatta di tutti i colori dell’arcobaleno tra le mani. Sì, tutti e sette. Sorride e l’indossa. “Come sto?”. “Papy, sei fighissimo!”. Se ne convince talmente tanto da indossarla quasi sempre. In più, chiunque incontri, dice: “Bella, vero?” indicando la cravatta. “L’ha regalata mia figlia a Natale. L’ha fatta fare apposta per me, non se ne trovano altre in giro!”. Detto questo l’alza per mostrare il segno sotto la camicia “M e E I 4 E”. Ne va fiero. Inizialmente non aveva capito cosa significavano quei “Geroglifici”, come li ha chiamati lui. Beh, in realtà, c’è voluto l’interprete per capire che aveva detto “Geroglifici”. Comunque sia gli ho spiegato che significa: “Max e Emy insieme for ever.”. Mi ha stretto forte e ha continuato a vantarsi per un bel po’, fiero di sua figlia. Mi alzo dal letto e cerco quella cravatta. La indosso. Ora va bene. “Emy, vieni giù!”. Mamy mi chiama dalla cucina. Scendo le scale velocemente e mi trovo nell’ingresso. Giro a sinistra ed entro nella nostra moderna, allegra e caotica cucina. Come varco la soglia sento un forte odore di cuoio. Mamma sta vedendo gli stivali dell’anno scorso. “Vedi quali ti vanno.”. Con il tacco alto e basso. Con la punta all’insù o quadrata. Scamosciati o rigidi. Neri, rosa antico, bianchi… Alti o bassi. Con cinturini o disegni tribali. I miei stivali. Tutti trentotto e mi vanno ancora ora. “Mà, mi vanno tutti, ma voglio degli stivali bassi con punta rotonda, come dice ora la moda!”. Mamma mi guarda, poi decide di dire la sua. “Anche io voglio delle scarpe nuove. Oggi, dopo che hai fatto i compiti, facciamo un giro. Ok?”. Faccio cenno di sì con la testa, sorridendo. Metto un paio di stivali neri, i più bassi di tacco che ci sono e ci infilo i jeans dentro, stile Far-West. “Emy, senti, io devo andare a lavoro. Vuoi che ti accompagni alla fermata del pullman? Fuori piove…”. Guardo dalla finestra le gocce che, dalle nuvole, cadono a terra. Non piove tantissimo ma decido di andare con lei. Metto un giubbino di jeans imbottito con il collo e le maniche in peluche bianco e salgo in macchina. Mamma accende il condizionatore e mette un disco di Laura Pausini nella sua Citroen Picasso grigia. La solitudine è coperta da me e mamma che cantiamo, esattamente tutte le parole. Sono alla fermata del bus e piove ancora più forte. “Prendi l’ombrello.”. “Non l’ho portato.”. “Emy, non hai portato l’ombrello?!”. “Ma non mi andava di portarlo in mano!”. “E ora ti bagni!”. Mi apre la portiera. “Scendi, che faccio tardi a lavoro. Così impari a portare l’ombrello!”. Esco fuori e non mi bagno anzi, sento calore. “Buongiorno, signora!”. Mamma guarda Tommy che mi copre la testa con il suo giubbino. “Ciao.”. Saluta e se ne va, un po’ arrabbiata. “Alla faccia della mamma!”. Il tutto è accompagnato da un fischio. Gli do un pugno sullo stomaco. “Volevo dire, è tutta sua figlia!”. Mi abbraccia e mi bacia, velocemente perché, se no, facciamo tardi. Corriamo tutti e due verso il bus. Con lo stesso passo per non creare problemi. Il suo giubbotto ci copre ma non riesce del tutto nel suo intento. Delle gocce d’acqua ci arrivano sul viso e ci bagnano i jeans. Furbamente abbiamo messo tutti e due dei jeans che si ristringono di più al piede. A sigaretta. Saliamo e salutiamo Franco. Rimaniamo all’impiedi perché posti liberi non ci sono. Da dietro, mi abbraccia e poggia la sua testa sulla mia spalla sinistra e le labbra all’orecchio. “Ma che avevate, tu e tua madre?”. “Niente. Si è arrabbiata perché non ho portato l’ombrello.”. Mi guarda, sempre appoggiato alla spalla. “Tutta sta ciociara per l’ombrello?”. “Sì. Ultimamente è un po’ nervosa.”. “Sarà lo stress…!”. “Già…”. Guarda avanti e saluta il Romano, chiamato così per ovvi motivi. “Meno male che lo sai…!”. “Cosa?”. “Che è uno stress avere una figlia come te!”. “Ma vaffanculo!”. Mi dimeno per staccarmi, ma lui mi tiene ferma con le braccia strette sulla pancia. Mi manca il respiro e mi fermo. Lui lenta la presa e scappo in avanti, finendo su un ragazzo che si gira. Non faccio neanche in tempo a chiedere “scusa” che Tommy lo fa per me. “Scusala, è una pazza. Per tenerla ho solo bisogno della camicia di forza!”. Il ragazzo fa come se avesse capito e alza il pollice all’insù, poi si gira in avanti. “Ma che, sei scemo?”. Gli do uno schiaffo sul petto duro e palestrato. Ride. “Non sono stato convincente?”. Continua a ridere, strafottente. “Anche troppo!”. E una raffica di schiaffi. Il ragazzo cicciotto si rigira. Tommy, impassibile nei confronti dei miei colpi, fa un occhiolino e gli dice. “I pazzi bisogna assecondarli!”. A questo punto mi arrabbio di più e lo picchio più forte. Lui ride. Penso sia masochista, a questo punto. Dopo un po’ mi fermo. Tutti ci guardano e Tommy fa segno che è tutto a posto, poi si gira verso di me e si massaggia, con una mano, il petto e la spalla destra. “Cazzo, però. Meni manco c’avessi due palette al posto delle mani. Complimenti, sei forte!”. “Sì, e questo non è nulla! Se, quando vieni in palestra, saliamo sul ring ti faccio vedere il resto!”. Mi giro avanti, facendo la superiore. Lui fa pernacchie e ride dietro. “Oh, non scherzo!”. “Ok, ok. Io accetto, eh?”. “Meglio, ma non per te!”. Ride di più, poi cerca di contenersi e ci stringiamo la mano in segno di promessa. Poi riscoppia a ridere. “Non sei solo una fata con le molle. Sei una fata con le molle e la faccia di marmo!”. “Che?”. “Niente, lascia stare, Super-faccia-tosta-dal-pugno-d’acciaio! Già, hai anche le mani di ferro!”. Ride ed io non capisco. So solo che mi sta prendendo per il culo e, quindi, si merita altri schiaffi. Arriviamo a scuola e ci ritroviamo nello stesso cappotto, il suo, a mangiare due caldi cornetti con Nutella appena comprati al bar. Insieme ai dolci, ha preso un pacchetto di Vigorsol Air, le gomme extra forti. Sono le otto e venti, l’orario d’ingresso e solo alcuni precisini entrano. La maggioranza resta fuori come noi. Tutti infilati sotto al bar. Ce ne stiamo sotto l’acqua pur di non entrare in quel palazzone grigio. Tommy accende una sigaretta che ci passiamo. Una volta io e una volta lui. Ha l’accendino della Bic rosso e sopra c’è scritto il suo nome in un modo bellissimo. Stile graffito. Nell’altro lato c’è scritto Fabri Fibra nello stesso modo in cui sta scritto sul CD Tradimento. Finiamo la sigaretta e mi dà una gomma. La metto in bocca e ho più freddo. Sono le otto e mezza ed entriamo. Ci salutiamo con un bacio e ci allontaniamo ognuno dall’altro. Entro in classe. La professoressa di matematica. Avevo dimenticato che c’era lei. “Orsini, lei è in ritardo, quindi…?”. Mi guarda, cerca l’amara risposta da me. Ma fa da sola. “Alla lavagna!”.
Ho appena finito di parlare di cellule. Mitocondri, citoplasma, citoscheletro, nucleo. Tutti nomi che si studiano in biologia, ma nessuno capisce il motivo per cui li studiamo ad un Liceo Artistico. “Bene, ragazzi, potete mettere a posto.”. Con queste parole, come se fossero magiche, si scatena l’inferno. Tutti si alzano facendo rumori spostando le sedie. Altri parlano e urlano, facendo casino. Io rimango in silenzio. Metto gli occhiali da sole e il monospalla e vado verso la porta. Non un saluto, nulla. Esco in silenzio e mi dirigo verso le scale. La campanella non è ancora suonata ed incollo il mio pollice all’allarme. Faccio un motivetto e tutti quelli che escono all’una e mezza saltellano con gli zaini sulle spalle, verso l’uscita. Lauro, un ragazzetto basso con gli occhialini tondi e le guance sempre rosse, si avvicina a me, allegro. “D’Andrea, hai preso sette e mezzo ed io cinque a biologia!”. È felice; s’era abbonato al quattro. “Ha detto la professoressa che non si è voluta sbilanciare con i voti perché siamo al primo quadrimestre…”. “Sì, Lauro, ho capito.”. Lo blocco con voce ferma e lo guardo. Incrociando il mio sguardo, capisce che deve andarsene. Sono troppo bravo con gli sguardi. Esco dal cortile della scuola e mi siedo accanto ad un tavolino del bar-disco Bright Tunnel, quello che sta proprio fuori scuola. Non ordino nulla e mi accendo una sigaretta, la quarta da questa mattina. Sto perdendo il vizio, anche perché, con Emy, ho sempre le labbra occupate. Non perché ci baciamo, ma perché devo rispondere alle sue provocazioni! Fumo tranquillo. Manca poco alle due e mezza e, dei miei compagni di classe, non c’è ombra. Anche Simone ha preso il bus dell’una e mezza. Io, invece, prendo quello delle due e mezza insieme a Emy. L’autobus è già fuori scuola dalle due e, con me, aspetta. La campana non suona. Rientro nell’ingresso della scuola e riattacco il pollice al campanello d’allarme. Tutti escono e Oreste corre in contro a me. “Oh, ma è presto!”. Alzo le spalle, come se non sapessi nulla e lo saluto, poi mi giro e guardo la folla. Emy, dove sei? Cerco una testolina dai capelli lisci e neri e dagli occhi di ghiaccio. Una luce nel buio, anzi, due. I suoi occhi. “Ciao, Tommy!”. Alza la mano in aria e la muove a destra e a sinistra, sorridente. Le corro in contro, passando tra vari ragazzi e spingendoli, fregandomene. L’abbraccio e la bacio. La stringo forte e lei m’accarezza dietro alla testa e mi massaggia, con una mano, la schiena. Oreste, vedendoci, comincia ad urlare. “Ancora, To’, e che cazzo. Stai in una scuola!”. Ci stacchiamo e ridiamo. Poi saluto il giardiniere-bidello ed usciamo dalla scuola. “Oh, per colpa tua m’ha interrogato mate. Lo sapevo che dovevo entrare prima! Però, non sono andata male. Indovina quanto ho preso?”. “Bo’, ma che ne so… Cinque?”. “Ma che cinque!? Sei!”. Comincia a battere le mani ed io me ne convinco di più. È pazza. Si ricompone, sistemandosi i capelli e le sopracciglia. “Brava, eh? E tu, sei stato interrogato?”. “Sì, in biologia…”. “Cazzo, è pesante… Quanto hai preso?”. Sembra preoccupata. “Sette e mezzo, niente di che. La prof. non si vuole sbilanciare…”. “Sette e mezzo?! Allora sei bravo!”. “Lo mettevi in dubbio?”. La sorpasso e decidiamo di tornare a casa a piedi.
“Madonna, non mi viene nulla!”. Il signor D’Andrea, lancia la penna su un blocco poco colorato di nero e si allontana dalla scrivania. Va in cucina e prende un bel bicchiere di vino rosso e si siede a tavola. La moglie entra in cucina con un cestone di vestiti dei figli tra le braccia. “Aspetta, ti dò una mano.”. Carmine prende il cesto e, insieme, mettono il contenuto in lavatrice. “Grazie! Senti un po’… ma hai già finito di scrivere?”. Rosaria lo guarda un po’ stupita ed un po’ curiosa. Carmine, con aria un po’ annoiata, le risponde. “Ho scritto quattro righi e non mi viene più nulla.”. “Tesoro, ma tra poco lo devi consegnare, ’sto libro. Se non lo finisci, come fai?”. È dolcemente preoccupata e Carmine le sorride, come a rassicurarla. “Non ti preoccupare, finirò tutto nel limite stabilito. Andrà tutto bene.”. Si sorridono complici e lui ritorna sulla scrivania.
“Ecco, abbiamo finito.”. Roberta, una bella donna dai capelli scuri e gli occhi azzurri, mette a posto dei pettini e delle spazzole nei contenitori. “Allora, le piace?”. “Sì, è venuto bene anche il colore…”. Una donna anziana che copre i segni dell’età con un colore rosso anche troppo acceso, paga una bella sommetta ed esce dal centro estetico Orsini. “Ciao mamma!”. Entro dentro e tante signore si girano, sedute sulle loro sedie comode e con i bigodini in testa. “Ciao Emy, sei venuta appena in tempo.”. Mamma si toglie un camice bianco e s’infila il suo lungo cappotto nero con peluche leopardato. “Sarò via per qualche ora. Magda, bada tu ai tagli!”. Una donna magra dai capelli molto mossi e rossi si gira, mostrando un viso che, con un trucco pesante, ha cercato di miracolare e rendere più giovane, con scarsi risultati. Usciamo fuori che abbiamo tutte e due le giacche aperte. Oggi non fa molto freddo. “Allora, Emy, hai fatto i compiti?”. “Sì, sì, tutto a posto.”. In realtà non è nulla a posto, Jake non mi ha aiutata. “Ah, e la scuola?”. “Benissimo, oggi ho preso sei!”. “Bene… Ma non benissimo!”. “Va be’, sempre meglio del cinque… Ah, non ti ho detto che l’ho preso in matematica.”. “Ah, matematica…”. Mamma è più felice, sa che la matematica non è il mio punto forte, quindi un sei è sudato. Giriamo tra i negozi. I vestiti esposti in vetrina non mi piacciono, preferisco specchiarmi. Guardo degli stivali. Sono quelli che voglio. Entriamo e li misuro. Calzano bene vicino al piede, sono bassi, con punta quadrata e neri scamosciati. Perfetti. Mamma non prende nulla e paga. Usciamo. Io con una busta nuova tra le mani e lei senza dei soldi nel portafogli. Camminiamo verso casa, poi mamma ritornerà a lavoro dopo che mi ha accompagnato. Rimaniamo per un po’ in silenzio, poi inizia lei a parlare. “Chi era quel ragazzo che ti ha coperto dalla pioggia stamattina? Quello che ha ritrovato Jenny?”. Sa benissimo che è lui, dopo quella figura di merda che ha fatto non scorderà più la sua faccia. “Sì, è lui.”. “È stato proprio carino a ripararti… E poi è carino in generale!”. Mi sorride. “Non tanto.”. “Come non tanto?”. “Non tanto!”. “Perché, ti ha fatto qualcosa?”. “Nulla di male, mamma!”. Spero non abbia capito questa battuta. Dalla sua espressione sembra che l’abbia capita. Va be’, in effetti, lui mi ha solo baciata, niente di più… Ma arriverà quel giorno in cui vorrà provarci? E io cosa farò? Mah, è meglio non pensarci. Guardo a terra cercando di pensare ad altro. Non ci riesco e, un po’, arrossisco pensando a cosa potrebbe accadere quel giorno.
“Tommy, Tommy!”. Mio padre mi sta chiamando. Sento i suoi passi e la voce sempre più forte. Scollego in fretta internet per non fargli vedere in che siti va suo figlio. Appena in tempo. Mio padre entra. “Ma stai ancora vicino al computer? Guarda che sono le diciotto, devi andare agli allenamenti. È tardi!”. “Ah, sì, gli allenamenti…”. Mio padre esce. Ci è cascato. Oggi non ho gli allenamenti. Vado a trovare Emy. Me ne ero anche dimenticato di quella scusa. Va be’, fa niente. Allora… Jeans bassissimi e larghi con due catene penzolanti. Felpa rossa con cappuccio e segno bianco della Nike e un cappellino, sempre bianco, dell’A-style. Pronto. Prendo il pacchetto di gomme e quello delle sigarette. Rubo le chiavi di casa dal comodino e ci rimetto quelle della moto. Si è staccata. Mi guardo intorno. Ho dimenticato qualcosa ma non so che cosa. Va be’, fa niente. Chissà se è a casa. Penso di sì. Che faccia farà quando mi vedrà? Stupita e felice, lo metto in dubbio? No! Staremo in casa sua perché i suoi non ci sono. Il padre in palestra e la madre al centro estetico. Mi farà entrare, mi offrirà qualcosa. Forse un dolce fatto dalla mamma. Parleremo e scherzeremo a tavola, poi andremo a metterci in camera sua, tra i divi che preferisce e tanti peluches. Ci sdraieremo sul suo letto, ci baceremo e… No, con Emy no. È troppo piccola… Ma che piccola, ha la mia stessa età! Non so… Ahò, Tò, non pensarci, quello che deve succedere succederà, no? Comunque e non so perché, o forse perché me ne sono convinto, prendo un preservativo e lo metto in tasca. Mi guardo in torno. Lei capirà ciò che mi passa dalla testa. Non so come fa, è come Marie. Io non voglio che tutti sappiano tutto di me. Ed io non vorrei avere gli occhi chiari. Vorrei avere gli occhi scuri. Perché gli occhi sono lo specchio dell’anima. Con un colore scuro sembra di coprire la mia d’anima, e mi piace così. Ho gli occhi azzurri come il mare anzi, come il cielo perché non hanno imparato a rispecchiare nessuno. Il cielo. Il cielo, sì! Che con i raggi del sole riesce a coprire le sue stelle e pianeti. Ecco. Questi occhiali saranno i miei raggi del sole che coprono tutto. Ecco… Scendo da casa e salgo in moto. Casa di Emy. Busso e, dopo un po’, apre. “Ciao! Che ci fai qua? Non ti aspettavo!”. Sorride e mi abbraccia. “Sono venuto a trovare la mia piccolina…”. “Se venivi qualche minuto prima avresti trovato anche la grande…”. “Chi, tua madre?”. Sorride e fa sì con la testa, poi mi fa entrare e si mette avanti a me guidandomi nella sua dimora. La seguo per il corridoio ringraziando Dio per avermi fatto fare tardi. No, Dio no. Sono Ateo. Ringrazio la mia buona stella perché alle stelle ci credo. Ci mettiamo in salone su un morbido divano in pelle bianca. Ho già sbagliato, niente cucina e torta della mamma. Poi vedremo il resto.
X...Robby...X February 19 20° CAPITOLO
“No, nessuno mi metterà mai i piedi in testa.”. Metto le sigarette nel monospalla e prendo le Ray-ban. “Tommy, Tommy! Dai, dove sei?”. È mamma. Sento la sua voce e scatto. Scendo dalla finestra. No, non va, meglio la porta. Scendo le scale e sono fuori. Giro per i vicoletti della città. Ora cosa faccio? Be’, sono scappato quindi meglio continuare fino in fondo. Giro senza una meta precisa. Ogni tanto incontro un amico in qualche angolo buio alle prese con una canna. “Ciao, Tommy! Vuoi favorire?”. Me la porge. “No.”. Un po’ deluso inizia a fumare. “Sai, tra qualche mese ritorna Sbicolore!”. “Ah, sì?”. Sono felice di questa notizia, ma non lo do a vedere. “Ehi, ma cos’hai? C’hai ‘na faccia!”. “No niente. Sono incazzato e sono scappato di casa.”. “Io la casa non la vedo da anni e poi i miei stanno bene senza un rompiballe drogato come me. Ma con chi ce l’hai?”. Sono nervoso e mi accendo una sigaretta. “Con tutto. Con la vita. Con la morte. Con le gioie. Con i dolori. Con gli adulti. Con i bambini… Ma, soprattutto, con gli adulti.”. Fa cenno di sì con la testa, anche lui è arrabbiato con il mondo. Con gli adulti, coloro che non ci capiscono. Ma come hanno fatto a dimenticare il tempo più bello della loro vita? Ah sì. Chi è il grande cazzofomane che si è permesso di dire che l’adolescenza è il periodo più bello della propria vita?Io direi il più problematico… Fumiamo insieme in silenzio. Io preferisco altri rumori a quelli della città. Saluto il mio “collega” di cazzate e salgo sul mio Liberty. Arrivo in spiaggia. Il rumore del mare ed il suo odore fresco e frizzante. Questo volevo sentire. No rumore di traffico e odore di canna. E, soprattutto, volevo stare solo. Solo con i miei problemi e con la voglia di tornare a casa sempre più debole. Dopo un po’ mi prende la solitudine. Fortunatamente vedo un grosso cane bianco pieno di peli. Morbido e giocherellone. Perfetto. Gioco con lui lanciando un bastoncino di legno. Corre spostando la sabbia tranquilla. Lo recupera con velocità e lo riporta a me. È bravo. Faccio delle finte e lui si mette in una posizione buffa, piegato in avanti col sedere all’insù. Rido e lancio il bastoncino sempre più lontano, anche nel mare, dove non esita a tuffarsi. Quando esce mi bagna tutto, scuotendosi. È stanco, ma vuole ancora giocare. In lontananza vedo una figura femminile molto bella. Capelli mossi castani, morbidi tratti del viso, belle curve semi-nascoste da un abitino leggero bianco con coprispalla grigio. La professoressa d’italiano. Mi vede e corre, venendo da me. Mi abbraccia. “Tommy, ma dov’eri finito? Eravamo tutti in pensiero per te…”. Mi bacia la fronte e mi tocca i capelli. “Guarda che i tuoi genitori si sono spaventati…”. Faccio cenno di sì con la testa mentre resto intrappolato tra i suoi seni. Dopo un po’ ci stacchiamo e decidiamo di andare a casa. “Belle!”. Chiama il cane. “L’ho chiamato così. Non pensi che somigli al cane di Belle e Sebastien? Quel cartone…”. Dico di “sì” con la testa, anche se, inizialmente, non capisco. Siamo fuori casa. Mi stringe la mano. “Vedrai, saranno felici di vederti rientrare.”. Ha una voce rassicurante e sicura. Le dò fiducia. Entro dentro. Mio padre. “Tommy. Ma che cazzo credevi di fare, eh?”. Mi urla addosso come non aveva mai fatto. Anche mamma urla ma, allo stesso tempo, cerca di calmare papà. Sembrano due pazzi ed io mi chiudo in camera. Basta! Basta con i casini di questa famiglia! Mi svesto e, in mutande, m’infilo nel letto. D’allora ho capito che non dovevo fidarmi della professoressa d’italiano. Ora ci ripenso. Come ho fatto a fidarmi d’una come lei? È vero, le volevo bene, ma c’è un limite a tutto! Metto una maglia più pesante. Oggi fa più freddo del solito. Ma che anno è stato quello scorso! Ogni tanto un pensiero mi ritorna in mente, spavaldo, senza rispetto, un po’ come me. Prendo le chiavi ed esco. Emy abita a pochi passi da me, ma prendo lo stesso il motorino. Sono due giorni che non la vedo. Ieri l’ho chiamata. “Finalmente, pensavo non ti facessi vivo!”. “No, no, sono vivo. Ora più che mai!”. Ridiamo per telefono e parliamo di tante cose. Certo, all’inizio c’erano anche silenzi imbarazzanti ma, piano piano, si chiacchiera con più tranquillità. Basta una risata per sciogliere il ghiaccio. O qualche altra cosa. “Oh Emy, ma che hai detto prima?”. “Prima quando?”. “Quando hai detto quella cosa...”. Trattengo le risate. “Ma quale?”. “Come quale? Ma perché fai così!?”. Ho un tono serio, quasi arrabbiato, anche se vorrei morire dalle risate. “Allora... Prima ti ho detto che mi sono già rotta di andare a scuola.”. “No, non quello... Prima!”. La sento disperata. “Non mi ricordo.”. “Ma perché fai così? Dimmi cos’hai detto!”. M’arrabbio. “Ma non mi ricordo!”. La sento innervosirsi e mi diverto ancora di più. “Emy, ora basta. Dimmi quella cosa che hai detto prima o ti attacco il telefono in faccia!”. “Ma perché, che ho detto?”. Oddio, non ce la faccio più... “No, tu non puoi chiedermi perché. Perché lo dico io! Si può sapere perché mi nascondi tutto? Ma che cazzo hai detto?”. “Uffa To’, non sto capendo più niente... Ma quando?”. “Perché vuoi sapere quando?”. “Come faccio a risponderti?! Tommy, uffa...!”. Non ce la faccio, sto scoppiando... Devo smetterla assolutamente! “Ma quando, come e perché!”. “Basta ti prego!”. Scoppio a ridere, non mi trattengo più. “Ohi ma sei uno stronzo! Non capisco più niente, bastardo... Uffa sei cattivissimo!”. E più continua e più mi viene da ridere. “Dai piccola, non te la prendere! Piuttosto, ma lo sai che sei fortissima? Non smetterò mai di ridere per ‘sta presa per il culo!”. “Ma perché mi devi sfottere, uffa!”. “E smettila di sbuffare! Volevo solo movimentare la chiamata... Allora mi farò perdonare, senti, domani devi fare qualcosa?”. “No, perché?”. Vuole sentirsi dire: “Usciamo insieme.”. Non l’accontento. “Ti passo a prendere, ok?”. Non è soddisfatta. “Mmhhh… Per cosa?”. È furba ed io sono costretto a dirlo. “Ti porto a fare un giro.”. Ovviamente dice “Sì” e forse ha pure fatto piroette e capriole. Almeno è quello che amo pensare. Sono sotto casa sua. La finestra della sua camera è aperta. Scrivo su un pezzo di carta strappato da un blocchetto a casa. “Ciao Emy, sono io, Tommy. Dai scendi… Ti aspetto.”. Poche parole ma di grande effetto. Eppure il tempo d’attesa è interminabile. Forse lo è solo per me. Guardo l’orologio. No, non solo per me. È già passato un quarto d’ora. Dopo un po’ Emy scende sorridente, ma il suo sorriso presto si trasforma in una smorfia da ragazza imbronciata. “Stiamo in moto? Perché non l’hai detto? Evitavo di mettere la gonna!”. “Oh, non fare la santa. Pure ad Halloween avevi la gonna eppure, sulla moto con Jake, ci sei andata!”. Sorrido, sicuro di me. “Scusa, ma non sei geloso che la tua ragazza giri in moto così?”. La guardo un attimo. Mi guarda anche lei, sfidandomi. E anche lei è sicura di sé. Sarà una bella sfida, peccato che perdo. “Sì, in effetti, mi dà un po’ fastidio…”. Sorride e saltella. “Vedi?”. “…Ma ora sali!”. “Uffi… Ma ho freddo!”. “Mi hai fatto aspettare mezz’ora!”. “Altri cinque minuti…”. “Cinque ore!”. “Smettila! Se dico cinque minuti sono cinque minuti!”. “C’è qualcuno da te? Al freddo non voglio rimanere…”. “Sali.”. “E i tuoi?”. “Non ci sono, vieni…”. Entro con lei e mi siedo al tavolo della cucina. Sale di sopra, andando in camera sua. Dopo un po’ scende. Ha messo un bel jeans chiaro ed aderente. “L’avevo detto cinque minuti, no? Andiamo.”. “Sì, sì...”. Saliamo sull’Honda e lei mi stringe forte da dietro. Arriviamo al Teatro Ricciardi. Parcheggio la moto e proseguiamo a piedi. Lei si ferma ad ogni vetrina. “Secondo te, mi sta bene?”. Guardo un vestitino corto e scollato. Starà benissimo su di lei, ma non lo dico. “Dovresti misurarlo per saperlo.”. Così i miei pensieri si fanno carne viva. “Non ho i soldi!”. “E allora? Mica si paga a misurare!”. Dopo un po’ di sì e no entriamo. L’ho convinta. Si misura il vestitino. Dice che le bretelle sono troppo lunghe e che le farà tagliare un po’. Io penso che così lunghe siano meglio perché la scollatura è più ampia. Lo dico toccando con le dita i bordi dello scollo e lei mi dà uno schiaffo, ridendo. Infine apro il portafogli. Cinquanta euro. Saltella avanti e indietro felice, lungo la strada, con la busta di Max donne in mano. Dopo un po’ si calma e mi stringe la mano destra con tutte e due le sue piccole mani e poggia la testa sulla mia spalla. Rimaniamo un po’ così. Poi mi viene fame. “Vuoi qualcosa? Io c’ho ‘na cazzo di fame!”. Mi guarda un po’, poi attacca. “Anche io ho fame, cosa vorresti?”. Ci penso un po’, non troppo. “Un dolce da Natale!”. “Sì! Come li fa Natale i dolci non li fa nessuno!”. Andiamo alla pasticceria. Come entriamo un odore ci riempie le narici e ci svuota lo stomaco. Scelgo subito una piccola tortina con della frutta e crema pasticciera. Lei va avanti ed indietro guardando i vari dolci intrappolati da una gabbia di vetro. Con il dito indica le sue eventuali prede. Sembra una bambina. Una bambina molto indecisa. “Tu cosa prenderesti?”. “Quello che ho preso!”. “Uffa…”. Sbuffa andando verso i dolci con il cioccolato, poi torna indietro. “Un bigné con crema… No, non mi va. Qualcosa alla frutta… Nooo… cornetto al cioccolato?”. Mi guarda, poi si risponde da sola. “No, il cornetto non mi convince…”. Infine sceglie un cannolo con Nutella e noci. Ci sediamo sugli scalini della chiesa dove sta la scuola media. La cosa grande è che mi ritrovo un cannolo in mano mentre lei morde il dolce che avevo scelto io. “Mi andava la crema pasticciera…”. Non le dico niente. Sorrido. In fondo, ma molto in fondo, è stato divertente. Le lancio una nocciolina. Fa una faccia buffa, come se fosse stupefatta e prende un pezzo di Kiwi. “Tieni, a me non piace!”. E lo lancia. Apro la bocca, prendendolo. “A me sì!”. Mastico e ridiamo. “Che stronzo che sei…”. Finiamo i dolci e ci ripuliamo la bocca. Andiamo ai giardini, tra il profumo di fiori e l’erba bagnata dalla pioggia. Alcuni bambini, avvolti nei loro giubbini più o meno pesanti, si rincorrono urlando. Guardo Emy. Ha una giacca in Jeans con il collo e i polsi coperti di pelliccia bianca sintetica. È bella e, ogni minuto che la guardo e che passo con lei, cresce il bene che le voglio. Mi sto rendendo conto che i suoi occhi da fata stanno facendo il loro effetto, la loro magia. Sono lieto d’essere l’assistente di questa maga. La bacio. Il braccio sinistro attorno al collo mentre l’altro attorno alla pancia. Le tocco la schiena, seduti su una panchina. Poi mi stacco. La guardo negli occhi e le sistemo dei capelli che, ribelli, non vogliono stare dietro all’orecchio. “Lasciali stare così…”. Le sorrido e le dò un bacio a stampo. Rimaniamo abbracciati e guardiamo entrambi in avanti. Sulle foglie delle gocce d’acqua sembrano diamanti poco rari ma estremamente belli. Il verde, ormai, è sparito. Il giallo e il rosso hanno preso il suo posto e tutto sembra caldo, se non fosse per quest’aria fredda… Dopo un paio d’ore torniamo alla moto. Accompagno Emy a casa. Scende e mi dà un bacio, poi si allontana. Mi preparo per partire, quando mi sento chiamare. “Tommy!”. È Emy. Mi giro e la guardo. “Secondo te, posso mettere questo vestito a scuola?”. Alza la busta con il vestito appena acquistato. Sorrido. “Se sei parente a Topolino, sì!”. Mi guarda con la testa poggiata sul lato, come a dire: “Che spiritoso!”. “Scusa, hai ragione, non se sei parente di Topolino, ma se sei come Topolina!”. Mi fa un segno con il medio verso l’alto, mentre la sua bocca a cuoricino sembra arrabbiata. Le mando un bacio in aria e lei si gira, continuando a tenere quel dito maleducato fermo. Sorrido e parto. Fuori all’Oasi. Simone, Marie, Ryan e gli altri ragazzi sono seduti a due tavoli messi vicini, come a crearne un unico grande. Prendo una sedia da un tavolo vicino e mi metto anche io vicino a loro. “Ciao, Tommy!”. “Ciao, raga’!”. Prendiamo dei Bacardi. Io prendo uno ad arancia rossa e lo finisco quasi subito. Metto i miei due euro e cinquanta sul tavolino, come hanno fatto gli altri. Dopo un po’ aggiungo altri due e cinquanta. Bacardi all’arancia. Arrivano le pizze. Rubo una fetta di pizza Margherita da Simone che mi guarda e sorride. “Sei uscito con Emy, no? E com’è andata?”. “Bene, come doveva andare… C’ho rimesso cinquanta euro!”. Continuo a masticare la pizza mentre Simone rimane a bocca aperta, mostrando uno spettacolo non molto bello. “Cinquanta euro? Cinquanta euro?! No, no. Ho capito male…”. Scuote la testa e rompe un pezzo di pizza con le mani, poi mi guarda in cerca d’approvazione. “Hai capito bene. C-I-N-Q-U-A-N-T-A-E-U-R-O!”. Simone gira la faccia e guarda il piatto sbigottito. “Lo stiamo perdendo…!”. Decido di non dire niente e rubo una fetta di pizza da Marie. È buona, una di quelle con la salsiccia piccante. “Cos’è ‘sta storia dei cinquanta euro?”. Lo dice in un modo un po’ strano, ha la bocca piena. Prende un fazzolettino e si pulisce le labbra, poi mi guarda anche lei in cerca di qualche cosa. In questo caso è la risposta. “Ho comprato un vestito ad Emy.”. Mi guarda, meno stupita di Simone e con un’aria da finta arrabbiata. “Ma come? Con lei sei uscito una volta e le regali un vestito e a me non hai portato neanche un regalo al mio ritorno in Italia. Ryan l’ha fatto!”. Così mette in mezzo anche lui che, sentendosi nominare, alza la testa dalla sua fetta di pizza bianca che stava per addentare. Rimane così, con la bocca aperta a guardarci. “Ryan che cosa…?”. “Niente, amo’, mangia che si fa fredda!”. Con una semplice risposta, Marie tronca una nuova discussione. Ryan ritorna sulla sua fetta di pizza e Marie ritorna su di me. “Eh, allora? Che fai, non mi rispondi…?”. Mi guarda sfrontata, mi sfida. “Ma che c’entra? Lei la devo conquistare, te già…”. “Scemo!”. Mi dà uno schiaffo in faccia e a me girano. “Mary, ma lo sai che mi dà fastidio. In faccia no. M’incazzo!”. Mi guarda con finta superiorità. “Ehi, non mi fai il regalo ed offendi? Ti meriti ‘na bella manata rossa…”. Sorride e mi dà tanti pizzicotti sulla guancia, dove prima mi ha picchiato. “Dai Marie, basta… Smettila…”. Continua. “Oh, non mi rompere i coglioni!”. Si mette a ridere e mangia la pizza. “Quanto sei bello quando t’incazzi.”. Sbuffo e le rubo un pezzo di salsiccia, quando non mi vede. Non so come, ma se ne accorge. “No, pure la salsiccia!”. Mi da un ceffone preciso dietro la nuca. “Ma vedi questo…”. Ritorna, stavolta attenta, alla pizza. La spezza con le mani mentre dei ragazzi la guardano da altri tavoli. La guardano e dicono qualche cosa. Chissà cosa. Molto probabilmente dicono che è bella. Perché non dovrebbero dirlo. Anche io vorrei dire qualche cosa a loro. Non toccate mia sorella! Beh, questo direi, ma Marie non sarebbe tanto d’accordo con me. Mangio un po’ da tutti, come un parassita, e finisco di bere una birra. Mi alzo dal tavolino. I negozi sono tutti chiusi. Guardo il cellulare. Mezza notte. Faccio per andarmene quando Ryan mi blocca con la mano. “Che c’è?”. “Niente, volevo solo dirti che vengo con te.”. Così camminiamo in una Capua desolata. Fatta di lampioni e panchine vuote. Ci fermiamo un po’ di più sul ponte. “Allora, che hai fatto con Emy?”. Era strano che Ryan non volesse sapere nulla. “Ci siamo divertiti molto. Ma Ryan, tu devi vederla. È una pazza!”. Ride, ascoltando i miei discorsi, interessato. “Incomincia a ridere ed a saltellare senza un motivo. Anche se, voglio sapere un motivo per cui uno dovrebbe ridere e saltellare come un pazzo. Ogni tanto urla, poi si calma e mi abbraccia. Ma è proprio pazza!”. Ryan sorride e scuote la testa. “No, Tommy, non è pazza. È solo felice. Con il tempo, capirai…”. Rimango senza parole, ma le ritrovo subito. “Ma vedi, Ryan, anche io sono felice; ma mica saltello avanti ed indietro? Ma mi ci vedi?! Nooo…”. “Senti, avete due modi di esprimervi diversi. Tu spacchi tutto e lei salta, ok?”. “Sì, ma io spacco tutto anche quando sono triste, quando m’incazzo…”. Faccio un gesto con la mano, come per dire: “Sai quante volte io spacco tutto?”. “Ok, va bene. Ma mica Emy quando è triste, o arrabbiata, saltella? Vuol dire che tu sei un tipo ripetitivo mentre lei è originale!”. Che discorso noioso. “Uffa, Ryan. Ma da che parte stai? Quella dei canguri? Difende le cavallette…”. “Tommy, rassegnati. Fino a prova contraria, sei tu quello che sta con una cavalletta!”. Guarda il fiume, il Volturno. Sporco. Più sporco di me. Io guardo lui. Mi sono messo con una cavalletta? Meglio non pensarci. Fino a qualche ora fa la vedevo come una fata, ma adesso… Va beh, mi piacciono le cavallette, e allora? E pure è buon’!”. Vado verso il Ricciardi. Ryan mi segue. “Oh, mica ti ho fatto incazzare?”. Non mi giro. “No…”. Poi cambio idea e mi giro. Ci guardiamo un po’. “Non si dice incazzare, ma arrabbiare, Ryan. Tu lo sai bene!”. Ryan preferisce non dire parolacce, è un ragazzo un po’ strano. “Uffa, e lascia stare! Ti sei arrabbiato, sì o no?”. “No. Di cosa dovrei essere arrabbiato?”. “No, niente…”. Guarda a terra mentre io salgo sulla moto e lo illumino con i faretti. “Oh, mettiamo in chiaro una cosa. La mia ragazza non è una cavalletta…”. Mi guarda con gli occhi stretti, infastiditi dalla luce. Giro il manubrio. “… È una fata con le molle!”. Ridiamo e mi allontano da lui, dal manifesto dei Pirati dei Caraibi, dalla rotonda finita male, per andare verso casa, dalla mia famiglia. Quella vera, con lo stesso sangue e la stessa carne. Se la famiglia fosse il semplice volersi bene, sarei rimasto ancora al tavolino.
X...Robby...X |
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